[INTERVISTA] Adriano Tarullo: un viaggio nelle “Storie di presunta normalità”

Un disco di canzone d’autore classico, ricercato nella  melodia, ben equilibrato nella personalità delle parole e del modo di stare al mondo e con il mondo attorno.

Il cantautore abruzzese Adriano Tarullo torno con un disco che è uno dei punti più alti (fino ad ora s’intende) della sua evoluzione artistica e compositiva, almeno secondo i nostri ascolti.

Dopo anni e diverse pubblicazioni in cui coccolava le sue radici – spesso si rendeva vitale il suo rifugio nella lingua dialettale – oggi si fa “italiano” in tutto e per tutto e ci regala un disco dal titolo “Storie di presunta normalità”.

Attinge sempre dal suo paese (Scanno in provincia de L’Aquila), attinge dai personaggi che conosce e che vive quotidianamente – come faceva già dal precedente disco “Anch’io voglio la mia auto blues” – attinge sempre da quel retrogusto blues essendo chitarrista di gran spessore, ma questa volta si fa più “main stream” con una scrittura più matura, più globale in senso estetico.

Abbraccia sfumature rock, andamenti afro e qualche ballad alla Tom Waits che non guasta. E poi i testi che certamente si adagiano su chiuse un po’ troppo didattiche e fin troppo aderenti alle metriche ma che comunque tutto fanno tranne che rivelarsi banali.

Quindi attenzione e dedizione ad un ascolto… Ad un cantautore che promette di regalarci messaggi che vanno oltre l’evidenza delle cose. Sono storie…e la loro normalità è solo presunta.

 

“Storie di presunta normalità”. Ma in fondo esistono storie normali secondo te? O non è forse l’arte di un cantautore a scovarne la magia che c’è dietro?

Tutto è relativo.

Ognuno sceglie la sua normalità, il suo modo di intendere una storia.

La presunta normalità che intendo è riferita a quello che generalmente, dalla maggior parte delle persone, è considerato consueto; la normalità che rientra nei codici culturali di una popolazione.

Quello che mi incuriosisce e che voglio trasmettere nelle mie canzoni è la contraddizione di alcune normalità perché dietro delle storie si celano forti dolori, delle patologie, che nulla hanno a che vedere con il consueto, con il normale procedere del quotidiano ma questa connotazione gli viene attribuita.

Nella nostra odierna società il dolore è un tabù, una questione da evitare.

A parte alcuni momenti televisivi, in cui si lucra con il sentimentalismo del dolore, non c’è molto spazio mediatico per affrontare certi temi.

Tutto deve essere leggero, divertente.

Nella giusta misura sarebbe giusto essere leggeri.

A me piace esserlo.

Il problema è che i palinsesti sono incentrati per la maggioranza sull’intrattenimento leggero e, bisogna ricordarsi che i media creano cultura.

Il dolore, quando non c’è un’implicazione propria, è solo un tema da evitare.

Tutto ciò ci porta a trascurare quelli che sono i nostri dolori, la nostra infelicità e la cosa grave è che non ci si rende conto della propria infelicità perché non si è abituati a individuarla.

Tutto questo rientra nella pazzia di una cultura, che non punta alla felicità della collettività e conseguentemente dei singoli individui.

 

Musica e spiritualità. Quanta componente c’è di ognuna nella canzone di Adriano Tarullo?

In molte canzoni c’è un elemento fondamentale: l’amore.

È l’antidoto essenziale per affrontare il dolore di cui parlavo prima.

In assenza di spiritualità non si può concepire un sentimento come l’amore.

Anche la musica necessita di spiritualità.

Ascoltare un disco profondamente vuol dire elevarsi a qualcosa di non terreno.

È quello che si faceva prima quando si comprava un vinile e, magari insieme a qualcuno, si ascoltava in religioso silenzio la nuova uscita.

Non mi ricordo quale musicista jazz disse che suonare è come dialogare con Dio.

Beh… La penso proprio così.

 

Sembra quasi che tra la musica e le parole sia quasi la prima la vera grande componente delle tue ispirazioni. Ho trovato molto più curate e assai eleganti di mestiere e radici la tua musica più che i testi. Cosa ne pensi di questa impressione?

Suonare la chitarra è stato il mio primo approccio alla musica suonata.

Non avevo idea di cantare o di scrivere canzoni.

Siccome scrivevo versi, decisi di conciliare le due cose.

Il vero punto di partenza rimane sempre la chitarra.

Mi fornisce lo spunto ideale per creare un’intera canzone.

Quindi le parole e la melodia seguono gli andamenti armonici dello strumento.

In fase di creazione è molto probabile che, in un secondo tempo, la musica si adatti al testo. Detto questo non sottovaluto mai l’importanza del testo: se decido di scrivere una canzone è perché voglio comunicare un’idea non esclusivamente musicale, altrimenti farei solo musica strumentale.

Resta il fatto che alcune composizioni, nate come tali, sono rimaste o solo strumentali oppure solo letterarie.

Per rispondere in dettaglio alla tua domanda direi che i testi delle mie canzoni possono risultare meno eleganti perché cerco uno stile più colloquiale o vicino allo stile del racconto. Mi piace essere esplicito, mi piace essere compreso, non concedere troppe ambiguità e di conseguenza altre interpretazioni del testo.

A volte mi piace essere crudo, sfacciato.

Credo che un testo per essere interessante non debba per forza essere elegante.

 

Questo nuovo disco arriva dopo anni di scrittura e di musica dedita molto anche al dialetto della tua terra d’origine. Storie a parte, sposando a pieno l’italiano sembra quasi tu voglia staccare un cordone ombelicale per essere più “per tutti”. Non è così?

È decisamente vero. Sono contento di aver scritto delle canzoni in dialetto, anche buone secondo me, ma non di non essere riuscito ad arrivare a un possibile ascoltatore a causa di un linguaggio non comprensibile.

Non mi pento assolutamente, è una dichiarazione di amore per la propria terra.

Adesso, per quanto mi sia possibile nella vasta scelta musicale odierna, sento di voler essere compreso da tutti ma non è lo stesso facile: per comprendere in pieno l’essenza di una canzone bisogna maturare un sentimento, un’esperienza di vita e in questo non è solo la lingua italiana a essermi d’aiuto.

 

E dopo “Cenere di stelle” arriva un altro video non è vero? Sarà sempre di animazione come questo?

Sì è in arrivo l’uscita del secondo video ed è stato curato da me stesso.

Non è un video di animazione, anche perché non ne sono assolutamente capace a differenza del grande Francesco Colafella che ha curato quello di “Cenere di stelle”.

È un videoclip girato sulla canzone “Lei casca dalle favole”, ispirata dalla vita di una mia amica in cerca di una sua presunta felicità.

Lei stessa sarà la protagonista del video.

duraniano

Link utiliAdriano Tarullo

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